Illusione
del controllo
C’è un esperimento, diventato famoso, che spiega meglio di mille parole perché a volte ci sentiamo padroni di un gioco che in realtà non controlliamo affatto.
Negli anni Quaranta del Novecento lo psicologo americano B.F. Skinner (di cui abbiamo parlato anche qui) mise dei piccioni in una gabbia. Ogni tanto da una piccola fessura cadeva del cibo in modo completamente casuale: non importava cosa facesse il piccione.

Eppure, dopo un po’, accadde qualcosa di curioso.
Un piccione che, per puro caso, aveva appena battuto le ali quando era comparso il cibo, cominciò a ripetere quel gesto ossessivamente. Un altro, che in quel momento si era girato in tondo, iniziò a farlo di continuo. Un terzo, che aveva inclinato la testa in un certo modo, continuò a muoverla allo stesso modo, come se quel piccolo movimento potesse far arrivare un’altra razione di cibo.
Ognuno aveva creato la propria piccola strategia vincente, convinto che quel comportamento avesse il potere di far apparire il cibo.
In realtà, era solo una coincidenza. Ma nella mente del piccione si era creata un’associazione: ho fatto una cosa e poi è successo qualcosa di buono. E da lì non se ne andava più.
Noi non siamo piccioni, ma a volte ci comportiamo come loro.
Quando facciamo attenzione alla pressione con cui premiamo il pulsante di una slot machine, quando scegliamo con cura il Gratta e Vinci “giusto” o i “numeri fortunati” del Superenalotto o quando tiriamo “con cura” i dadi per avere il numero che ci serve, stiamo facendo la stessa cosa.
Attribuiamo un potere alle nostre azioni anche quando, in realtà, non ce l’hanno.
È un meccanismo antico, condiviso con molte altre specie: il cervello tende a collegare ciò che facciamo con ciò che accade subito dopo — e, subito dopo ancora, a convincerci con forza che quella connessione sia reale, anche se non si ripete più.
Un istinto utile in natura — se tocco il fuoco e mi brucio, imparo a non farlo più — ma pericoloso nei giochi d’azzardo, dove la casualità governa tutto.
L’illusione di controllo è proprio questo: la sensazione che il risultato dipenda da noi, la convinzione di poter guidare una mano invisibile.
Ma quella mano non esiste. Esiste solo il caso — e la nostra mente, che ogni tanto, come il piccione di Skinner, si illude di poterlo addomesticare.