Ritmo

frenetico

Come fanno i casinò di Las Vegas ad allungare il “tempo di gioco” dei loro clienti? È la domanda che ha guidato per anni Natasha Dow Schüll, antropologa statunitense che oltre trent’anni fa ha iniziato un lungo lavoro di ricerca durato quindici anni, fatto di interviste a giocatori, progettisti di slot machine e manager del settore.

Da quella ricerca è nato, nel 2012, il libro Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza, in cui Schüll mostra come tutto — dai suoni alle luci, dall’arredamento al ritmo frenetico delle giocate — sia studiato per spingere i giocatori in una sorta di trance chiamata zona: una bolla in cui si perde la percezione del tempo, dello spazio e persino di sé.

Le persone, racconta Schüll, non cercano più tanto la vincita quanto la sensazione di restare immerse nel flusso continuo del gioco; l’industria, invece, punta a massimizzare i profitti prolungando il più possibile quello stato di assorbimento.

E non serve andare fino alle sale scintillanti di Las Vegas per riconoscerlo: basta osservare chi gioca alle slot nei bar o nelle sale slot. Figure solitarie, silenziose, completamente assorbite in una “zona” protetta dalla macchina, dove il tempo tra un colpo e l’altro è troppo breve per rinsavire, troppo rapido per riprendere contatto con il mondo.